E quel “meglio” che deve ancora venire (Fall in[to] NYC)

L’uragano è andato.

Adesso c’è la tem obama-vittoria_470x305.jpg pesta di neve (che minacciava nuovamente il mio rientro).

Questo autunno “caldo” non risparmia nulla a NYC.
“Adesso siamo in attesa delle locuste e di altre pestilenze”, ha ironizzato il Governatore del New Jersey alla fine di una (serissima) conferenza stampa.

Eppure, nonostante la fine del mondo abbia deciso di passare in primis da NYC e dintorni, devo ammetterlo, ieri quando gli Stati Uniti e New York festeggiavano Obama io un po’ ho rimpianto di non essere ancora lì.

Essere a Times Square non sarebbe stato solo come vedere da vicino “gli autoctoni” compiere un rito celebrativo a loro modo.

Se è vero quanto diceva l’economista Joseph Eugene Stiglitz, che nel mondo globalizzato quando gli Stati Uniti starnutiscono gli altri paesi prendono l’influenza, è anche vero che quando gli statunitensi scelgono un presidente, tutto il mondo sarà infuenzato dalle sue scelte di politica economica ed estera (come minimo). Quindi tutto il mondo decide se gioire (o nel mio caso tirare un semplice sospiro di sollievo) o preoccuparsi.

Quindi mi sarei sentita coinvolta dall’aria celebrativa, come se la cosa riguardasse in prima persona anche me.
Non solo perchè Obama, primo presidente di origine afro americana sta tanto simpatico e rappresenta una fase di cambiamento per un impero in serie difficoltà, ma anche perchè in un momento di forte crisi economica mi intimorivano i plausibili nuovi fronti di guerra che si sarebbero aperti con il repubblicano Romney alla Casa Bianca.

E quando entrano in guerra gli Stati Uniti l’Europa deve prendere posizione.

Certo, avrei anche festeggiato, fossi stata ancora nel mio autunno newyorkese, per la possibilità di 34 milioni di cittadini degli USA di ricevere assistenza medico sanitaria, grazie alla riforma prevista nell’Affordable care Act. Nel medio termine il governo Democratico mira a rendere universale l’assistenza medica a costi decisamente inferiori rispetto a quelli del sistema privato.

In questa riforma (epocale) si inseriscono anche una serie di contributi e facilitazioni per accedere a metodi contraccettivi (la banale pillola anticoncezionale) sin’ora proibitivi negli Stati Uniti.

Anche per la libertà di sceglire se e quando diventare genitori, la vittoria di Obama è importante, dal momento che le posizioni del suo avversario in merito si palesano nella sua battaglia per consentire ai datori di lavoro di escludere la pillola contraccettiva dall’assicurazione sanitaria dei dipendenti, come “obiezione di coscienza”.

Tanti tabù, nel Paese più moderno del mondo, con tante di quelle contraddizioni che Oz in confronto è l’apoteosi della razionalità.
Per chi viene dalla vecchia Europa e dalla vecchissima Italia è strano persino sapere che una rappresentante democratica del Michigan (stato controllato da Repubblicani) è stata “ammonita” per aver usato la parola “vagina” in un dibattito pubblico sul tema dell’aborto.
Non è un caso, forse, se l’elettorato del nuovo-vecchio presidente è composto soprattutto da donne.
Molte donne negli USA si chiedono, come si legge ad esempio sul numero di Marie Claire di novembre (edizione USA ovviamente)  se oltre al baluardo di un afro americano alla presidenza, si possa anche arrivare a superare il 17% di presenza femminile nel Congresso, dal momento che il 51% della popolazione statunitense è composto proprio da donne.
I prossimi 4 anni non saranno facili, come non lo sono stati quelli appena trascorsi.
Né per il presidente riconfermato, né per gli statunitensi. Né per tutti noi, che prendiamo a olte l’influenza.

Ma speriamo tutti, per loro e per noi, che il megio debba davvero ancora venire.

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