Calice di vino bianco. (Postumi da ‘Fall in[to] NYC’)

elaheCalcoli e veloci e poggiati sulle comode e oscillanti pareti dell’approssimazione mi ricordano che due anni fa pubblicavo ‘Faintly Falling – il rumore della neve’, un anno fa ero in Australia, un mese fa ero reduce da 10giorni + 1 uragano a NYC.

E raccoglievo ricordi.
Sono certa che mettendomi con calendario e SantoDiariodiFacebook alla mano, troverei ben presto altre mille cose interessanti fatte anche in date che non siano così maledettamente similari e accostabili a questa imminente fine de mondo. Ma son fatta così, funziono per epifanie e riferimenti [inutili] spazio temporali.
Mi rendo conto, leggendo i miei diari di viaggio sparsi tra blog e social network, che non avevo ancora relazionato relativamente al mio incontro a Soho con la regista iraniana Elahe Massumi, volto importantissimo della serie di ritratti creoli-newyorkesi nei quali ho avuto l’nore di imbattermi. (Ne avevo dato giusto un’anticipazione nel descrivere la mia serata artistica a Soho)
Ma non era solo una banale dimenticanza.
Aspettavo il momento in cui qualcosa della mia vita quotidiana mi avrebbe riportata a quell’incontro.
Quel qualcosa è avvenuto. Nella fattispecie, quel solito grumo di pessimismo e paura che cala sulla vita politica italiana quando si ratifica l’idea che ‘non esiste fine al peggio’.
Nemmeno il tempo di riprenderci dal vento di primarie, con la vittoria senza sorprese del candidato ex ministro di un governo caduto, ecco ripiombarci addosso il vecchio candidato, premier di un governo caduto svariate volte. E con questi volti e i ricordi delle vecchie cadute, ecco che anche noi [e]lettori ricadiamo nella terribile sensazione che forse il peggio può ancora venire.
Perché proprio in concomitanza con questa [per me insolita] vena di pessimismo-politico-cosmico mi torna alla mente l’incontro con la deliziosa Elahe?
Posso spiegare.
Il mio incontro con lei, ad un’esibizione musicale nel quartiere più bello che abbia mai visto in vita mia,  non è seguita solo una serata a base di vino bianco, chiacchiere di politica (a NYC erano vicini all’election day, abbiamo parlato di politica vera) e cibo orientale.
Elahe mi ha parlato del suo ultimo lavoro, in produzione proprio adesso. Remis è il titolo. Nel cast anche l’attrice italiana Maria Grazia Cucinotta. Il film è una co-produzione statunitense ed europea.
Il tema, come spesso accade nel lavori di Elahe, riguarda storie di umane passioni calate nella situazione mediorientale. Elahe ha trattato spesso nei suoi lavori  gli argomenti scottanti dell’accesso all’istruzione nei paesi integralisti islamici e la situazione femminile, facendosi per altro diverse volte mettere all’Indice nei paesi di ambientazione dei suoi lavori.
Remis parla [anche di] condizione femminile.
Dico ad Elahe che vengo da Lecce. Quando inizio a spiegarle dove si trova questa città, con il solito trucchetto esemplificativo del the heel of the boot, lei mi ferma. Sa  già dove si trova Lecce.

Conosce bene la Puglia.

Conosce il Sud.

Conosce anche la Sicilia.
Il suo volto si illumina di nostalgia più del mio quando sentivo parlare della mia città nel mio ultimo periodo stanziale Milanese.
Elahe mi dice che era sua intenzione girare Remis nel Sud Italia. Non potendolo girare nel paese di ambientazione, l’Iraq,  per ovvi motivi, aveva bisogno di un paesaggio mediterraneo, ostile ma puro e poetico. Il suo viaggio nel Sud Italia l’aveva portata a sceglierci.
Sì, una regista americana ci aveva scelti. E non solo per i luoghi. Elahe mi racconta dell’incredibile professionalità incontrata tra i tecnici e la troupe che si è occupata di portare avanti e promuovere il progetto in Italia. In breve si è legata non solo ai luoghi ma anche al know how e all’umano impegno di chi a suo avviso avrebbe fatto quel lavoro meglio di chiunque altro.
Ma… la fiaba dell’eccellenza ad un certo punto si scontra con la realtà del paese dei governi che cadono.
Gli investitori (americani, tedeschi e inglesi) hanno preferito non ‘rischiare’ un investimento in Italia.
Io, da italiana piccola e legata alla paura dei miei stessi stereotipi, candidamente chiedo: ‘per via della mafia?’.
Elahe fa una pausa impercettibile. Mi guarda per un attimo come se non sapesse di cosa parlo.
‘Ah, la mafia. No, no, non è quello’, dice con gli occhi.
‘Per via dell’instabilità politica’, dice con la voce.
Il mio silenzio, come la mancanza di fiato e di parole che mi prende quando qualcuno mi spezza il cuore, la fa continuare.
‘Gli investitori sanno che i governi in Italia vanno e vengono, poi ci sono le tasse che non si sa mai quando e quanto saliranno, gli scioperi, l’IVA che in altri paesi [in tutti gli altri paesi, direi io] resta invariata da anni mentre in Italia non si sa mai di quanto potrà variare… insomma non se la sono sentita’.
Continua. ‘Ci abbiamo provato a far cambiare loro idea. Abbiamo anche messo di mezzo un avvocato Italiano, molto bravo… ma nulla. Adesso stiamo girando nel Connecticut’. Termina con una luce di sottile malinconia negli occhi. Chissà come legge la luce [o il buio] nei miei…
E io penso, finendo in un sorso il mio vino bianco, che non ci serve più nemmeno la mafia per mandare via gli investitori.
Elahe mi dà il numero e i contatti delle persone che hanno lavorato con e per lei a questo progetto. Vorrebbe che scrivessi di loro. Non so cosa questa donna bellissima, con due perle nere al posto degli occhi, si attenda dalla mia penna.
Io prendo i contatti e so che, alla prossima epifania, che verrà molto presto, sentirò ognuno di loro.
Eccellenze italiane che spero potranno non parlarmi solo della cronaca della fine di un sogno.

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