Guardo una pubblicità e mi manca NYC

ad4-largeQuesto è uno di quei giorni in cui NYC mi manca e vorrei essere nella Grande Mela. Per curiosità, anche.
Non credo e non ho mai pensato che gli USA siano il posto in cui vorrei vivere. Vuoi per la concezione della politica, dello stato sociale, della partecipazione e tanto altro, sono da sempre troppo drammaticamente europea.
Non è un merito, non è un demerito.
Ma è così.
Poi, sarà un caso, ma le idee nuove parlando di comunicazione partono spesso da lì e noi in Europa (e non ne parliamo in Italia), tutt’al più ci avevamo solo pensato. E anche a bassa voce.

Oggi vorrei essere a NYC per ‘vivere’ l’effetto della campagna NYC Girls project, promossa dal sindaco Bloomberg, coadiuvata da Michelle LaVaughn Robinson, per aiutare nella costruzione dell’autostima in una generazione di adolescenti e pre adolescenti sempre più in lotta con il proprio corpo ‘normale’, bersagliato da immagini del tutto surreali di silfidi magrissime, plastificate, gonfiate, rifatte o, comunque, tutte uguali.
La campagna è costata 330.000 dollari e, come prevedibile, fa discutere.

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Mi piacerebbe oggi essere a NYC e vedere ovunque 6×3 con ragazzine sorridenti che ribadiscono di essere bellissime perchè allegre, curiose, generose (ogni foto è correlata da aggettivi sulla personalità, la quale si intravede dagli scatti fatti ad arte). Non sono immagini patinate, sono solo belle.

Ma oggi non sono a NYC. Sono, come spesso capita, nella mia città del Sud Italia. Bella città, di un bel paese in cui i pubblicitari NON hanno fantasia e riempiono le strade di questi 6×3 (fatti male graficamente, con pay-off demenziali). Città il cui sindaco fa lo zuzzurellone comparsando in video che ammiccano ad ogni stereotipo di genere (non metto link perchè mi annoia dover rivedere il video cui faccio riferimento, e credo annoierebbe anche chi legge).

Metto però il link alla pagina ufficiale della campagna americana. C’è la possibilità di leggerla anche in italiano,  selezionando la lingua. La notizia in Italia appare anche su una nota rivista, ma non amo dover leggere gli articoli cercando di schivare i pop up di pubblicità di profumi e lingerie. Magari è un pensiero condiviso.

Per conoscere anche voci critiche verso la campagna, potete leggere l’articolo di Katy Waldman su Slate. In sistesi, Waldman trova contraddittoria la parola BEAUTIFUL laddove si cerca di educare al valore della persona al di là dell’apparenza.

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