Fall in[to] NYC, un anno dopo – My first Sandy Night

NYCOgnuno ha delle date significative nella propria vita. Io stanotte celebro la mia prima Sandy Night.
Un anno fa Sandy iniziava a soffiare verso NYC e verso di me. Ripesco quanto scrissi quando tutto era finito, dopo aver atteso pazientemente ad un trentesimo piano di Manhattan che tornasse il giorno, che finisse la tempesta, che non è mai del tutto perfetta se non riesce a portarti via.

Quando c’é un uragano da raccontare.

31 ottobre 2012 – Avrei voluto scrivere questo aggiornamento almeno 3 Starbucks e 2 Gregorys fa. Ma quando sei nella NYC post Sandy, nella frazione di Manhattan senza elettricità, questi posti sono come Victoria Seacrets il giorno dei saldi. Super affollati. Ma a differenza del primo esempio, in questo caso la gente vuole interagire, parlare. E quando la gente ha un uragano da raccontare, la si ascolta e basta.

Quindi, il secondo giorno post uragano entro da Gregorys e inizio a scrivere. Sinchè Theo non interrompe la sua chiamata da un telefono appeso al soffitto dal cavo della batteria in ricarica e mi chiede come va. Finisce per spiegarmi cosa è accaduto esattamente alla centralina danneggiata e capisco che questa fetta di Manhattan resterá al buio ancora per un po’.

Per quanto il suo inglese bagnato d’Africa non sia amico di infanzia del mio inglese europeo, capisco anche grazie ai suoi gesti che al momento sono impegnati a drenare l’acqua che ha allagato la centrale. Poi inizieranno a riparare i danni, che pare si siano manifestati per la prima volta.

Poco rassicurante, ma almeno adesso so che non sono stati gli alieni o i comunisti ad okkupare la centrale.

Riprovo a scrivere un’ora dopo da Starbuks, prima del pranzo koreano con amici. Accanto a me c’é Ed, produttore musicale di Long Island, che ha avuto casa allagata. E che non ha rispettato l’ingiunzione ad abbandonarla durante l’uragano, come moltissimi suoi concittadini. Scherza mentre racconta. Mi fa anche ridere e quando vado via mi lascia il suo biglietto da visita. Come tutti.
Interazioni tra sconosciuti, post uragano nel centro dell’impero, anche il primo giorno post Sandy (ieri).

Una volta passata la tempesta, l’immagine di una Manhattan suggestiva perché illuminata solo a metá e l’immagine di me a scrivere a lume di candela come in un’imitazione di quarta categoria di un libro di Jane Austen, si infrangono contro l’essere irrimediabilmente figlia del mio tempo. E il pensiero di non avere intrnet o cellulare mi mette un po’ di ansia.

Aggiungesi l’idea di esere in un grattacielo.
In alto. Molto in alto. Ergo, o si resta nella torre o si cala la treccia come Raperonzolo. A meno che…

Ecco, il fattore “a meno che” corrisponde ai 30 piani a piedi. Unica via percorribile, torcia alla mano.

Elogio ai portieri e agli addetti del palazzo, che ti vengono a prendere per supporto fisico (in caso di bagagli) o morale (in caso di ansia o paura del buio). Mi regalano la loro torcia e d’ora in poi le scale al buio le farò da sola.

Per le scale si incontrano persone, ovviamente. Nella tua stessa situazione, ovviamente. Tutti con l’affanno ma tranquillissimi, ovviamente. Tra loro, Marion, Lucille e Paulo. Parigine le prime due, autoctono lui. Scherziamo. Facciamo battute macabre (era pur sempre l’ante vigilia di Halloween).

20 minuti dopo siamo al primo locale semi-aperto a bere vino bianco. Brindiamo a Sandy e io, dentro di me, brindo un po’ alla luce che portano i passanti nella vita di tutti i giorni.

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