Breve estratto per le donne viaggiatrici

“Per quanto la sua bellezza fosse tutt’altro che convenzionale, data la forma aquilina del suo naso pendente leggermente a destra e le gambe troppo magre con i quadricipiti ipertrofici di chi ha viaggiato molto e quindi frequentato molti bagni pubblici, lei aveva quella bellezza maliarda concessa solo a chi permette al corpo di raccontare la propria storia”

Estratto “Diversamente a Sud

A tutte voi, buona primavera!

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Il buon viaggio si vede dal mattino

Ma a voi, capita mai di svegliarvi e aver voglia di non essere a casa ma in hotel e di voler fare colazione ‘altrove’?

Non intendo andare in giro verso il Louvre o verso il centro di Stoccolma. Non parlo nè della voglia di vedere cose nuove tantomeno di ‘allargare i propri orizzonti’ scoprendo una nuova cultura. Parlo proprio del rituale della colazione in viaggio.

A me sì, capita spesso. In particolare nelle mattine di sole dopo diversi giorni di freddo e pioggia.

Ovunque io sia, la colazione è il rito più esotico.
E ogni tanto mi manca farlo in un posto lontano.

FREELANCE LIFE VIDEO EPISODE 6 – STRANA FACCIA

Un freelance ci mette la faccia.
Il mio video per la Notte di Inchiostro di Puglia del 24 aprile.
Se ami leggere e hai la faccia strana di chi guarda oltre… mettici la tua (strana) faccia

3 modi per usare la propria casa per viaggiare di più e low cost

Continuiamo a parlare del rapporto dicotomico (ma anche no) tra Viaggio  e Casa.

Se hai una casa di proprietà è possibile utilizzarla per viaggiare di più, meglio (ad esempio vivendo come una persona del luogo) e a costi più bassi.
Vediamo come, grazie a tre idee geniali venute negli ultimi anni al popolo del web.

1 – Home Restaurant
Il primo esempio lo devo alla cronaca e ai post virali degli ultimi giorni. Sappiamo ormai quasi tutti della tendenza che si sta diffondendo in Europa e piano (molto piano rispetto alla media europea ma molto velocemente rispetto alla velocità media italiana) anche in Italia del Home Restaurant.

Come asserito anche dal Sole24Ore, hanno poco a che fare con i guerrilla restaurant, al limite della clandestinità.
I ristoranti casalinghi, se seguono determinate e poche norme, sono legali, pagano un minimo di tasse e permettono a chi ne gestisce uno di guadagnare legalmente. Anzi, alcuni progetti sono anche appoggiati ufficialmente da istituzioni, come nel caso de Le Cesarine di Bologna, che hanno il patrocinio del Ministero delle politiche agricole.

Molti home restaurant sono nati e continuano  nascere registrandosi su Airbnb, altri si riuniscono in community o consorzi più o meno grandi con i quali è possibile scegliere date, menu, luogo ed effettuare i pagamenti direttamente on line.
Ad esempio, chi si vuole unire ad una cena casalinga su Roma può connettersi alla community Ceneromane. 

Per aprire un home restaurant non servono certificati sanitari. Se si tratta di attività lavorativa occasinale (sino a 5.000 euro all’anno) non serve partita iva.
Cercate una social community più vicino alla vostra area (ricerca in google es: ‘Home restaurant Palermo’ e chiedete se e come potervi unire a loro). Oppure aprite un vostro sito/blog con annessi social network.
Se serve ulteriore aiuto o consulenza su come divulgare la notizia e avere i primi clienti, contattatemi in privato 🙂

Quello che guadagnate potrebbe essere il budget del prossimo viaggio e un modo per stringere amicizie e contatti.

2 – Nightswapping
Si tratta della versione avanzata dei couchsurfing perché mentre questi ultimi sono per lo più autogestiti, il nightswapping ha dei requisiti precisi da rispettare in termini di letto, bagno e posto che si mette a disposizione dell’ospite.
Basato su un concetto unico di scambio di notti, il Nightswapping offre a privati, proprietari e affittuari la possibilità di andare in vacanza senza più pagare l’alloggio. Per ogni persona che si ospita, si guadagnano punti che permetteranno di soggiornare presso un altro nightswapper in un’altra parte del mondo.
A questa tipologia di scambio non partecipano solo giovani ma anche famiglie e pensionati; i criteri di feedback su ogni casa ospitante sono abbastanza ‘severi’.
In teoria non dovrebbero verificarsi gli inconvenienti in cui spesso si sono imbattuti giovani viaggiatori low budget che si aspettano un letto nel centro di Barcellona per poi trovarsi con una poltrona o un materasso a terra in un sottoscala.
Anche in questo caso la registrazione su un portale ufficiale di NIGHTSWAPPING è garanzia e garante (fate una ricerca in google usando questa parola chiave e scegliete quello che vi convince di più (cosmopolite home non è male, ed è il portale con più visite e recensioni).

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Sul rapporto tra Casa e Vagabonde

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3 – scambio casa
Per i periodi più lunghi, lo scambio dell’abitazione è una soluzione ottima.
Hai una casa di proprietà e vuoi/devi andare per qualche mese in un’altro posto? In Nord Europa è molto diffusa la pratica dello SCAMBIO CASA, ovvero trovare una persona che ha necessità di spostamento nella tua città per un periodo simile al tuo, con la quale fare un vero e proprio scambio di abitazione.
Può essere un modo per ammortizzare i costi di soggiorno, cosa non da poco. Sulle bollette e i consumi, si possono (direi si devono) stringere degli accordi scritti basati sul consumo medio del proprietario nella propria casa. Esempio: io lo scorso anno da gennaio a maggio ho speso TOT di acqua, luce e gas. Chi viene a stare in casa non dovrà superare questa soglia, pena il rimborso degli esuberi. Se la casa che date è spesso disabitata, quindi con poco consumo, è possibile calcolare un deposito cauzionale forfaittario.
Per la gestione di questi accordi è meglio rivolgersi ad una delle agenzie on line che se ne occupano e non fare tutto da soli soprattutto se si tratta della prima esperienza.

Altre idee?

 

4 cose sui traslochi (per chi ne fa troppi) e le fasi di transito

Uno spazio che possa essere definito ‘casa’ è per me come una stanza per Virginia.
Un posto tutto mio, con tutto il mio ordine/disordine, rituali, punti di fuga.
Si va in giro per aspettare domani ed avere nostalgia?
Ecco, casa è il posto per avere nostalgia, almeno per me.

Ma ognuno ha il suo modo di vivere e percepire le fasi stanziali e anche la casa.
Ciò che accomuna il 79.4% delle viaggiatrici (e nel 26% dei casi  anche dei viaggiatori) che ho incontrato e avuto il tempo di conoscere abbastanza bene – dati ottenuti dal mio generatore automatico di percentuali – è una serie di effetti collaterali comuni ai traslochi e alle fasi transitorie tra un posto e l’altro, che per una serie di ragioni e atteggiamenti anacronistici ci si ostina a chiamare casa.

In dieci anni, ne ho cambiate sette. Nella fasi di transizione, quelle in cui tutta la propria vita è compressa in un numero limitato di pacchi e valigie, ho osservato alcuni dei seguenti aspetti:

1 – assenza a me stessa
Impossibile svolgere alcuna attività che richieda concentrazione e consapevolezza.
Dermatiti acute, irregolarità intestinale, capelli secchissimi.
Per quanto riguarda il lavoro, lo ammetto, non riesco a seguire i consigli su come ricreare più o meno ovunque l’ambiente lavorativo.

2 – sciatteria
Guardando il film Colazione da Tiffany, ho trovato adorabile il modo con cui il regista ha voluto tradurre ciò che nel libro di Capote era scritto sulla porta (o citofono) di Holly. ‘In transito’.
Quella casa è l’identità stessa di Holly. Una volta arredata e sistemata (quando lei si sta per sposare) perde ogni forma di eleganza. Patetico il tentativo dei costumisti di far perdere eleganza anche a Audrey, ma ci hanno provato.
Ogni eleganza per me è perduta nelle fasi vere di transito.
Quante valigie devo aprire prima di trovare i miei anellini e orecchini, prima di trovare quella gonna carina e quella giacca tanto bella? Quanta entropia (ulteriore) si dovrà generare?
Troppe valigie, troppa entropia. Troppo tempo.
Terrò questi due jeans e queste tre megliette/maglioni sinchè questo inferno non sarà finito

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3 – giri vorticosi nel vuoto
Non si tratta di una metafora. Parlo proprio dei giri su me stessa guardando nel vuoto alla ricerca delle chiavi/cappello/macchina fotografica/penna che saranno nella borsa usata stamattina o nel pacco aperto ieri? Boh.

Spesso tutto è in tasca. Le tasche che già di abitudine sono dei buchi neri, in questi periodi sempre troppo lunghi diventano dei contenitori insostituibili di tutte le cose indispensabili.
Anche se alla fine me ne dimentico sempre e sono sempre l’ultimo posto in cui controllo.

 

4 – pacchi che restano chiusi
Avete mai notato che dopo ogni trasloco salta fuori un pacco che non avevamo visto e quindi riaperto?
E che cosa ci sarà lì dentro? (perché nella fretta di ogni cambio casa, figurati se si scrive sui pacchi che cosa c’è dentro… tanto sono solo due o tre scatole).
Di certo nulla di indispensabile visto che ho già sistemato tutto quello che mi serve.
Quindi restano da qualche parte, fermi. In un ripostiglio o garage, in un porta tuttoeniente dell’IKEA, assieme a buste cartonate in cui ci sono le cose uscite dalle varie case, cui non eravamo pronte a rinunciare perché troppo prese dalla fretta di ricreare casa in un altro posto.

Sono certa che potrei arrivare a sette, almeno.
Ma sono in un posto piccolo, circondata di pacchi e polvere, in attesa di trasferirmi nell’ennesimo posto erroneamente chiamato casa.
Non sono né ispirata né presente a me stessa.
E fosse per me, ora come ora, farei un rogo con tutti questi pacchi. Tanto le cose indispensabili sono sempre tutte fuori.

 

10 motivi per NON aprire una pagina facebook

Utili, ma non sempre.
Necessarie, quasi mai.
Numericamente quasi invalidanti.
Avere una pagina in facebook a volte è addirittura deleterio per la tua attività. Vediamo insieme perché, in 5 esempi.

spam_facebook#1 – Utilità
Quale utilità ha la pagina che stai per aprire?
Vendita di scarpe on line dal tuo sito? Allora ok, vai pure. Lì fuori è pieno di gente che ama acquistare on line e la segnalazione di buone offerte sulla tua pagina può nel suo piccolo essere di aiuto.
Ma se la tua pagina serve per promuovere orecchini che non vendi on line, eventi che organizzi in un territorio limitato, un solo ed unico prodotto (come un libro), la tua attività di pittore sul quale postare miriadi di foto in diverse angolazioni… forse non è il caso di sprecare energie. Non perché non sia interessante, ma perché esistono altri modi per promuovere un singolo prodotto e una singola attività via facebook o sui social network. Persino un blog o una piccola App gratuita è più utile (oggi se ne possono creare con pochissimi click e a costi davvero irrisori).

#2 – A te le pagine piacciono? Le segui (davvero)?
Persone che stimo molto mi hanno detto: Se un problema è tuo, è molto probabile che sia anche degli altri o comunque di molta altra gente.
Ognuno di voi ha ricevuto negli ultimi mesi almeno 3 inviti a mettere un like su una pagina. Alcuni inviti li avete ignorati, altri accettati ma escludendo le notifiche, almeno dopo i primi tre post sparati nell’arco di 24 ore.
Se lo avete fatto voi, mettete in conto che lo facciano molte altre persone.
Se amate le pagine fb e le apprezzate tutte, createne una o dieci tutte vostre.
Se così non è… perché propinare ad altri qualcosa che a voi interessa poco?

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#3 – Rapporto matematico
Tutti abbiamo una sola identità (per chi ha più di un profilo personale, ci sono buoni medici). Ma molti di noi, per fortuna, hanno diversi interessi e un’attività in proprio. Se io creassi una pagina per In My Suitcase, una pagina dedicata al mio ultimo romanzo (e per par condicio anche ai primi due) e ovviamente alla mia attività professionale di blogger, consulente social media e traduttrice, avrei dalle tre alle sei pagine. Tutte per altro utili quanto le bomboniere dei matrimoni.
Seguendo l’andazzo attuale del ‘creo una pagina per ogni mio respiro’ avremmo nel giro di pochi anni un rapporto persone pagine di 1 a 3. Non è gestibile né tollerabile. E l’effetto sarà quello della sensazione di spamming di cui al punto #2.

#4 – We don’t need another logo. 
Pensiamo ad una cosa: chi ci segue su faccialibro? Chi ci conosce, chi ha condiviso pezzi di vita con noi e non vuole perdere le nostre tracce, chi ci stima, chi ci ama, chi ogni tanto ama farsi i fatti nostri.

Bene, non è meglio comunicare i contenuti che ci riempiono la vita direttamente con loro dal nostro profilo personale?
Esempio; apri un sito sulla tua attività di giornalista. Crei un blog in cui ne parli, periodicamente condividi pezzi e pagine del tuo sito (quello non può mancare) sul tuo profilo personale.
I tuoi amici o conoscenti lo commenteranno facendoti restare algoritmicamente in evidenza sulle wall di altri tuoi contatti e loro contatti, altri lo apprezzeranno e condivideranno (oppure anche no, ma almeno molte più persone più o meno note sapranno cosa fai nella vita).
Tenete a mente che il 76% dei contenuti che diventano virali NON partono da una pagina ma da un profilo personale. Ecco, pensiamoci.

Ah…
Per favore, non dite e non pensate alla frase ‘preferisco dividere vita privata e lavoro’!! Vi ricordo che il nostro profilo personale di facebook è PUBBLICO (indipendentemente dalle impostazione della privacy che usiamo, molte persone lo possono vedere).
Resta una faccenda pubblica anche se mettiamo cose strettamente intime.

3 motivi + 1 per partire con una reflex analogica

Sono esemplari pieni di immensa, inesauribile poesia!
Appartengono alla quotidianità di neanche due decadi fa, eppure esistono esemplari di genere umano alte più di un metro e settanta con diritto di voto che non le hanno mai usate e non saprebbero neanche come maneggiarle.

Sono le reflex analogiche!
Pesantissime, ci permettono di vedere le nostre foto solo dopo lo sviluppo, lungo e anche costoso.
Eppure ci sono dei buoni motivi per riprenderle in mano e portarle con noi nel prossimo viaggio. Eccone alcuni.

1 – Sono belle. 
Non mi rompete le palle con la faccenda del ‘de gustibus’. Ci sono cose belle e basta, come i vecchi quaderni in copertina monocolore, come la Vespa, come le scarpe col tacco. E come le macchine fotografiche reflex analogiche, soprattutto se fabbricate negli anni Settanta. Viaggiare con un oggetto bello rende il viaggio più bello.

2 – Fanno la differenza.

Come su accennato, un’intera generazione non sa nemmeno cosa sia e come si maneggi un rullino. Come si riavvolge, come si estrae, come si sviluppa. Conoscerlo e riscoprirlo vuol dire segnare la differenza tra ciò sanno fare i nativi digitali e ciò che sappiamo fare noi, che ci collochiamo goffamente nell’età della ragione.
Noi, che non sappiamo neanche se avremo una pensione, sappiamo usare il progresso, ma all’evenienza sappiamo anche decrescere, ricomplicarci la vita riappropriandoci della sua materialità.
Una foto è un attimo da tenere in mano, in un album e in una scatola. Non solo su un supporto elettronico.foto (2)

3 – L’attesa.
Ricordo le gite di scuola media e superiore. Quando non avevo una macchina fotografica mia, ma mio padre mi affidava una delle sue.
Era impensabile per me (per noi della nostra famiglia) viaggiare senza macchina fotografica: come andare sulla neve senza cappotto, al mare senza costume, al ristorante senza appetito.

I momenti più elettrizzanti del viaggio, anche per questi motivi, erano 3:
il giorno prima di partire, il giorno prima di tornare, il giorno dell’appuntamento dal fotografo per lo sviluppo del rullino/dei rullini.

Potevano venir fuori dei disastri di arte contemporanea (come le porcherie fotografiche del mio primo viaggio da sola, a Londra), o dei primi lavori soddisfacenti, in cui almeno si distinguevano bipedi da quadrupedi, come dopo il viaggio di lavoro a Parigi alla ricerca di ciò che resta degli antichi caffè letterari. 

blogger crisi creativa

+1 – riscoperta
Quando le reflex non erano economicamente accessibili a tutti come adesso, erano una sorta di patrimonio di famiglia o personale, perché raggiunto a seguito di piccole rinunce. Averla in affidamento era una questione di fiducia. Riportarla a casa era questione di responsabilità.
Ritrovarne una nella propria cantina o in un vecchio armadio equivale a ritrovare qualcosa che un tempo era un costoso bene da custodire.

Inoltre, conosco fotografe e fotografi molto brave e bravi, forti sostenitori dell’assunto secondo cui la qualità della foto ben sviluppata sia sempre anni luce superiore a quelle stampate da scatto con analogica (ovviamente a parità di qualità della foto).

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